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Stretto di Hormuz ancora bloccato, come cambia il mercato petrolifero

Le condizioni del Governo iraniano, lo scollamento dei prezzi oscura la portata dello shock energetico.

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Immagine realizzata con IA

Adesso lo Stretto di Hormuz è aperto?

I prezzi del greggio stanno salendo nuovamente verso i 100 dollari al barile dopo il crollo registrato all’inizio di questa settimana in seguito all’annuncio del fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. L’inversione parziale di tendenza indica la forte incertezza intorno al fatto che lo Stretto di Hormuz sia aperto o meno, gli armatori non credono che il passaggio sia sicuro e non hanno ancora chiaro se l’Iran arriverà a imporre qualche condizione.

“Bisogna dirlo con chiarezza: lo Stretto di Hormuz non è aperto. Il passaggio è soggetto a permessi, condizioni e leve politiche. Questa non è libertà di navigazione, è coercizione“, ha dichiarato Sultan Ahmed Al Jaber, a capo del colosso petrolifero statale degli Emirati Arabi Uniti, ADNOC. I produttori di energia del Golfo sono fortemente contrari a qualsiasi accordo che preveda pagamenti all’Iran. Le Monarchie del Golfo infatti sostengono che il passaggio condizionato costituisca una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), che garantisce la libertà di navigazione nei canali naturali.

Le richieste del Governo iraniano

Teheran vuole il controllo del passaggio e, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, il Governo iraniano starebbe pensando a un tariffario per il transito delle navi. Tra le ipotesi ci sarebbe anche condizionare il passaggio al pagamento di un pedaggio in criptovalute o in renminbi cinesi. Per una superpetroliera (ossia capace di trasportare intorno a 2 milioni di barili), il pedaggio potrebbe arrivare a 2 milioni di dollari, compresi i costi per le scorte di sicurezza e le spese amministrative.

Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha definito illegale la richiesta iraniana ma ha anche detto che gli Stati Uniti non si impegneranno per contrastarla. Trump nei giorni scorsi ha anche suggerito che gli Stati Uniti potrebbero creare una joint venture con l’Iran per gestire i pedaggi, incassando parte dei proventi.

Al momento, la maggior parte delle compagnie di navigazione preferisce restare ferma. Finché non ci saranno garanzie esplicite che l’Iran non attaccherà le navi, il rischio assicurativo e operativo è considerato troppo alto per riprendere i transiti regolari. “Per loro, lo Stretto di Hormuz è diventato importante quanto i missili e il programma nucleare“, ha dichiarato al WSJ Danny Citrinowicz, ex responsabile del dipartimento Iran dell’intelligence militare israeliana. “Il controllo è diventato un imperativo.”

Il traffico ancora ai minimi storici perché lo Stretto di Hormuz non è stato aperto

Secondo i mediatori arabi, le navi autorizzate al transito dovranno coordinarsi con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il potente gruppo paramilitare qualificato come organizzazione terroristica sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea.

Dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il traffico nello stretto è ancora ai minimi storici: mercoledì 8 aprile solo quattro navi hanno ricevuto l’autorizzazione a passare. Prima della guerra la media era di oltre 100 navi al giorno.

Lo scollamento dei prezzi del petrolio oscura la portata dello shock energetico

I prezzi dei futures sono molto al di sotto del costo delle spedizioni fisiche, ormai sempre più scarse. Tale scollamento non riflette la gravità dello shock energetico delle ultime settimane, che probabilmente richiederà molto tempo per essere riassorbito. Una dimostrazione di tale dissonanza è il Dated Brent, considerato il prezzo reale del petrolio fisico acquistato dai raffinatori. Ebbene, il Dated Brent questa settimana ha toccato il record di 144 dollari al barile. Eppure, i futures del Brent, dopo aver raggiunto il picco di quasi 120 dollari il mese scorso, ora viaggiano intorno ai 95 dollari, nonostante lo Stretto di Hormuz resti bloccato e i produttori mediorientali abbiano tagliato la produzione di quasi 10 milioni di barili al giorno.

L’analista Vandana Hari intravede in tutto questo un fallimento del mercato. “A lungo termine… il mercato dei futures in frantumi rischia di diventare l’esclusivo terreno di gioco degli speculatori, un covo di insider trading, ma inutile per coprire i barili fisici”, ha scritto l’analista su X.

Come ha evidenziato Axios, non esiste un’unica ragione per cui i futures restino relativamente così bassi rispetto ai prezzi fisici. Ne esistono diverse. Nessuno sa come interpretare una perturbazione storica di tale portata. Una parte del mercato crede che l’intero sistema sia troppo grande per fallire. Altri trader prevedono una imminente distruzione della domanda che farà crollare i prezzi nel modo più pericoloso. Il fattore Trump è un altro grande motivo di incertezza: i trader esitano a scommettere su prezzi più alti quando un singolo post sui social può innescare enormi oscillazioni ribassiste.

Un cambiamento duraturo nel funzionamento del mercato petrolifero globale

Lo shock energetico conseguente alla guerra con l’Iran potrebbe causare un cambiamento duraturo nel funzionamento del mercato petrolifero globale, scrive ancora Axios, trasformando un sistema relativamente aperto e fluido in qualcosa di frammentato e strumentalizzato. Questa riorganizzazione del mercato comporterebbe prezzi dell’energia e inflazione più elevati. Sul lungo termine, potrebbe persino scuotere le fondamenta dell’economia globale basata sul dollaro e, con essa, il potere degli Stati Uniti. Questa è “la madre di tutte le interruzioni della catena di approvvigionamento“, afferma Dan Yergin, vicepresidente di S&P Global.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.