Così il Brasile chiude un occhio sulla soia prodotta grazie al logging illegale

L’inchiesta di Bureau of Investigative Journalism, Unearthed e Repórter Brasil svela come agricoltori a grandi rivenditori globali riescono ad aggirare la normativa brasiliana

Logging illegale: le leggi del Brasile non riescono a prevenirlo
credits: Jing da Pixabay

Embargo delle terre e multe non fermano il logging illegale

(Rinnovabili.it) – Le leggi del Brasile per punire il logging illegale dell’Amazzonia e del Cerrado non funzionano. E non solo perché il governo di Bolsonaro chiude un occhio se non due: lasciano molti appigli per vendere “legalmente” i prodotti della deforestazione. Lo rivela un’inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, Unearthed e Repórter Brasil che si basa sull’analisi di immagini satellitari incrociate con le informazioni contenute nei rapporti della polizia brasiliana.

Al centro dello scandalo c’è la soia. Alimento alla base dei mangimi per allevamenti di tutto il mondo, e uno dei principali driver del logging illegale nelle foreste pluviali brasiliane. E ci sono anche tre pesi massimi globali dell’agribusiness: rivenditori del calibro di Cargill, Bunge e Cofco. Tutti e tre, hanno scoperto i giornalisti che hanno lavorato all’inchiesta, sono riusciti a rifornirsi di soia commercializzata da Fiagril, una compagnia di proprietà cinese, e dalla multinazionale Aliança Agrícola do Cerrado.

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Entrambi questi soggetti avrebbero acquistato soia prodotta da un grande agricoltore brasiliano che è stato ripetutamente multato dalle autorità brasiliane perché non ha rispettato le leggi sulla protezione delle foreste. In pratica, una parte dei suoi campi sono frutto di deforestazione illegale. Multa da oltre 1,5 milioni di euro che è stata comminata a più riprese tra il 2013 e il 2019. Ma non solo: una parte della soia acquistata dai due soggetti brasiliani è stata coltivata proprio su appezzamenti che sarebbero, in teoria, soggetti a embargo da parte del governo federale perché ricavati tramite logging illegale.

Fiagril e l’Aliança, così come Cargill, Bunge e Cofco, sono firmatari della moratoria internazionale sulla soia e si sono impegnati a non “vendere, acquistare e finanziare soia da aree deforestate nel bioma amazzonico dopo il luglio 2008”.

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Sarah Lake della campagna Mighty Earth sostiene che il caso dimostra come le aziende non stanno investendo seriamente nella ripulitura delle loro catene di approvvigionamento. “I grandi commercianti continuano a fare affermazioni riguardo alla soia sostenibile e allo stesso tempo chiudono un occhio su fornitori come questi che disboscano e appiccano illegalmente incendi. E i loro clienti continuano ad acquistare da loro”.

Pubblichiamo di seguito la replica inviata dall’Ufficio Agrobusiness dell’Ambasciata del Brasile:

“È importante sottolineare che, non di rado, i legami tra le piantagioni di soia e deforestazione nei paesi – sempre extracomunitari e curiosamente dimenticandosi che la soia è prodotta in Europa in aree disboscate – derivano da considerazioni ideologiche e protezionistiche (purtroppo molto frequenti), lontane dalla realtà. Il cambiamento nel modello di espansione della soia in Brasile negli ultimi anni è correlato a diversi fattori, in particolare alla predominanza dell’espansione della coltivazione della soia su aree di pascolo sottoutilizzate, così come all’espansione su vecchie aree di coltivazione di primo raccolto di mais, sostituite da sistemi che combinano, nella stessa area, la soia nel primo raccolto e il mais nel secondo. Oltre alla sostenibilità ambientale, che anche la soia promuove come fonte di energia rinnovabile, la soia brasiliana rafforza la sostenibilità, nei suoi pilastri economici e sociali, portando ad un maggiore sviluppo umano nelle città dove viene prodotta nell’interno del Brasile. Il protezionismo nei paesi detti sviluppati contribuisce alla crescita della povertà nel mondo e non favorisce la sostenibilità nei suoi pilastri ambientale, economico e sociale in perspettiva globale. Il Brasile ha una delle legislazioni ambientali più severe al mondo e utilizza, dagli anni 70, tecnologie riconosciute che hanno aumentato la sostenibilità della sua produzione agrozootecnica. Il Brasile è il più grande produttore ed esportatore di soia al mondo, rifornendo più di 50 paesi, contribuendo fortemente alla sicurezza alimentare e al controllo dei prezzi, con cereali, legumi, crusca e olio. Possiede il dominio tecnologico per raddoppiare l’attuale produzione con sostenibilità, sia in aree già utilizzate, sia recuperando pascoli degradati, non necessitando di nuove aree. Tutta la produzione nazionale ha il controllo dell’origine. Se solo si sovrapponessero le terre indigene e le unità di conservazione brasiliane all’Europa, coprirebbero pienamente i territori di Germania, Belgio, Spagna, Francia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito. La legislazione brasiliana impone a tutte le proprietà rurali situate nella regione del Bioma Amazzonico di preservare la vegetazione nativa all’80% della loro superficie. Il Brasile è l’unico paese al mondo con esigenze secondo le quali il produttore rurale è responsabile di gran parte della preservazione, senza, per questo, ricevere alcun tipo di compenso. Se il Brasile esigesse dei partner europei lo stesso rigore di protezione ambientale, non importerebbe qualsiasi cibo dell’Europa. Se l’Amazzonia ha ancora più del 84% della vegetazione conservata, questo è una conquista dei Brasiliani che hanno saputo conservare la sua foresta e più grande ricchezza, facendolo in modo molto migliore rispetto a tanti altri paesi del nord del mondo, dove le foreste naturali sono ormai, purtroppo, inesistenti. Spesso, “studi” che vincolano deforestazione e soia non hanno una metodologia scientifica precisa e chiara; oppure mostrano casi specifici o eccezionali come si fossero la regola; o sono ideologizzati e strumentalizzati per obiettivi settoriali specifici. Al di là dei protezionismi ingiustificati e del “sovranismo alimentare”, intensificato dalle campagne diffamatorie dalle “lobbies” protezionistiche europee, la soia brasiliana possiede qualità innegabili e uniche per rispondere a queste esigenze globali di conciliare produttività e sostenibilità, con sicurezza.La soia brasiliana occupa solo l’1% circa del bioma amazzonico, ragione per cui l’insistenza in vincolare la soia brasiliana alla Amazzonia non ha senso. Il 90% della soia “made in Brazil”, la più nutritiva e produttiva al mondo, è coltivata in aree già utilizzate in agricoltura da più di venti anni. Tutta la produzione brasiliana di soia ha il controllo di origine. La soia brasiliana è anche fonte d’energia sostenibile, fonte di reddito e di lavoro per migliaia di brasiliani e stranieri, favorendo la sostenibilità anche nei suoi pilastri sociale e economico. Tutte queste qualità sono state riconosciute dalla stessa industria italiana di olio e di mangimi, in un “webinar” sulla soia brasiliana recentemente organizzato dall’Ambasciata, disponibile sui nostri social”

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