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Hormuz è in coma ma la crisi è un’occasione unica per l’Europa

Fino a 9 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati continuerebbero a essere esposti, anche dopo il potenziamento delle vie alternative a Hormuz.

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Stati della regione guardano con maggiore attenzione alle vie alternative a Hormuz

Hormuz è quasi morto, o nel migliore dei casi, è in fin di vita e questo stato di coma può essere un’occasione unica per l’Europa. Dalla fine di febbraio, lo Stretto di Hormuz, l’arteria che convogliava quasi il 20% dei flussi globali di petrolio e gas, è rimasto pressoché bloccato. In risposta, i Paesi esportatori del Golfo stanno guardando con maggiore attenzione a vie alternative a Hormuz. Sono emersi o riemersi progetti per aggirare lo stretto, come oleodotti, gasdotti e porti. Eppure, la produzione e l’esportazione dal Golfo restano limitate da rischi geopolitici e vincoli infrastrutturali.

La guerra tra Stati Uniti e Iran è ripresa e il memorandum è “lettera morta”. Le forze armate statunitensi hanno annunciato una nuova serie di attacchi per continuare a fiaccare le capacità iraniane sfruttate per colpire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che l’Iran ha attaccato sette navi commerciali nel corso dell’ultima settimana. Il Pentagono ha riferito invece di aver colpito decine di obiettivi militari nelle aree costiere iraniane.

In questo scenario di guerra intermittente, gli analisti di Goldman Sachs hanno individuato sette progetti di gasdotti, oleodotti e infrastrutture, in fase di costruzione, pianificati o ritenuti realizzabili, che consentirebbero al petrolio di bypassare lo stretto. In base a tali stime, i progetti potrebbero trasportare, entro la fine del prossimo anno, una quantità di petrolio sufficiente a sostituire oltre il 45% del volume di energia fossile che transitava prima attraverso la via d’acqua. Entro la fine del 2028, la percentuale potrebbe salire al 60%. Di questi, due progetti sono già in fase di costruzione: l’oleodotto Ovest-Est negli Emirati Arabi Uniti e l’oleodotto Bassora-Haditha in Iraq.

L’Iran ha usato l’arma più pesante come ritorsione agli attacchi di USA e Israele. Il mondo sta iniziando ad adattarsi e potrebbe riuscirci anche prima di quanto previsto. Almeno per adesso, però, molti Stati hanno ancora bisogno di Hormuz, soprattutto quelli che non hanno investito in energia pulita.

Greggio e prodotti raffinati esposti anche dopo il potenziamento di passaggi alternativi

I condotti sono relativamente più protetti rispetto ai punti di snodo marittimi, poiché offrono un maggiore controllo sulle esportazioni e sono meno esposti ai conflitti navali. Tuttavia, i rischi resterebbero dal momento che le rotte fisse sono comunque più inclini a possibili attacchi e sabotaggi. Vulnerabilità e incertezza non sparirebbero con percorsi alternativi, come ci ha insegnato anche la crisi energetica del 2022 seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Alcuni Paesi, inoltre, hanno meno chance di altri: le esportazioni di gas naturale liquefatto del Qatar, ad esempio, non sembrano avere opzioni realistiche; Kuwait e Iraq sono ancora fortemente dipendenti dallo stretto. Da un’analisi di Bloomberg Intelligence è emerso che i 7-9 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati continuerebbero a essere esposti, anche dopo il potenziamento delle vie alternative a Hormuz.

Riprendendo un editoriale pubblicato da Reuters appena prima dello scoppio delle ostilità in Iran, è opportuno ricordare che “nessuno è mai andato in guerra per una turbina eolica. Un esercito può sequestrare un giacimento petrolifero e caricare barili sulle petroliere, ma non può catturare il vento. Non può bloccare il sole. Non può rubare la corrente di un fiume e spedirla in patria“. Ecco perché dovremmo guardare alla nuova crisi energetica del 2026 come a un’opportunità e non come a un problema da risolvere. Del resto, lo sappiamo, il termine crisi deriva dal greco antico κρίσις, che significa “scelta”, “separazione” ma anche “esito”. Nessuna decisione potrebbe rivelarsi migliore in questo momento storico rispetto al potenziamento dell’energia pulita autoprodotta.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.