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Tregua in frantumi: la situazione nello Stretto di Hormuz precipita di nuovo

La fiducia è da considerare ormai tra le commodity più importanti per il mercato globale dell'energia.

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Netto peggioramento della situazione nello Stretto di Hormuz

Con i transiti commerciali ridotti al minimo e la revoca delle esenzioni petrolifere statunitensi, la situazione nello Stretto di Hormuz è precipitata. La continua escalation paralizza il canale e sta spingendo i mercati a ridisegnare le rotte energetiche a livello globale.

Di nuovo il traffico attraverso lo stretto è quasi fermo. Gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran per il secondo giorno consecutivo. Le forze armate statunitensi hanno lanciato nuovi attacchi contro l’Iran, il quale ha riposto colpendo siti in Kuwait e Bahrein. Quest’ultimo round di attacchi, condotto in risposta all’assalto diretto a tre navi commerciali che stavano provando ad attraversare lo stretto, arriva a poche ore di distanza dalle dichiarazioni di Trump sull’intesa provvisoria raggiunta con Teheran a giugno. Il Presidente ha detto infatti che il cessate il fuoco provvisorio con l’Iran è morto e sepolto.

Gli Stati Uniti questa settimana hanno inoltre revocato le esenzioni temporanee per la vendita di petrolio concesse all’Iran nell’ambito del memorandum d’intesa. “Sebbene la revoca non cambi radicalmente le dinamiche del mercato petrolifero, era importante dal punto di vista del sentiment generale“, hanno spiegato gli analisti di ING in una nota. La revoca delle esenzioni aveva già fatto pensare a un’imminente rottura dell’accordo.

Per quanto riguarda la navigazione, solo qualche imbarcazione sarebbe riuscita a navigare lo Stretto, come riferisce Bloomberg. Tra le navi più grandi avvistate ci sarebbero solo una superpetroliera sanzionata dagli Stati Uniti e una nave portacontainer battente bandiera iraniana. Mercoledì 8 luglio, appena 14 navi mercantili avrebbero attraversato il canale in entrambe le direzioni, il dato più basso dall’intesa provvisoria concordata a metà giugno.

Tutto ciò indica un netto peggioramento della situazione nello Stretto di Hormuz rispetto alle scorse settimane. Da quando gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto una seppur fragile intesa per riaprire Hormuz, il traffico era ripreso nonostante rischi significativi dal punto di vista della sicurezza marittima.

Le lacune del memorandum riguardo i transiti attraverso Hormuz

L’accordo provvisorio, firmato da Trump, aveva permesso quindi un miglioramento del traffico. Tuttavia, aveva lasciato molti dubbi sulla gestione dei transiti, a cominciare dalla questione dei pedaggi. Il memorandum d’intesa afferma infatti che l’Iran “predisporrà accordi impiegando i suoi migliori sforzi per il passaggio sicuro delle navi commerciali per soli 60 giorni, senza alcun costo“.

Come spiega Reuters citando indiscrezioni arrivate da fonti diplomatiche, i negoziatori iraniani avrebbero interpretano la frase come un riconoscimento implicito da parte degli Stati Uniti del diritto della Repubblica Islamica di gestire Hormuz, anche senza imporre tasse o pedaggi per due mesi e fino alla formulazione di un accordo più ampio. Per gli Stati Uniti e i loro alleati nel Golfo, al contrario, il testo significava solo che l’Iran fosse tenuto a facilitare il passaggio sicuro dei mercantili e a non imporre restrizioni.

Per Teheran, controllo su Hormuz prioritario rispetto al programma nucleare

Per Teheran, portare gli USA ad ammettere il controllo iraniano su Hormuz è diventato prioritario anche rispetto alla questione del programma nucleare, su cui il regime non fa che procrastinare. Il programma nucleare iraniano è stato la principale fonte di controversia dei rapporti tra l’Iran e gli Stati Uniti per quasi 25 anni e il motivo per cui il Paese ha subito pesanti sanzioni internazionali, diventando poi la principale ragione dichiarata della guerra di Trump. Tuttavia, i negoziati sul programma nucleare sono finiti in fondo alla lista degli argomenti da affrontare nell’ambito dell’accordo provvisorio per porre fine alle ostilità e relegati così a colloqui successivi.

Leggi anche: Stretto di Hormuz ancora bloccato, come cambia il mercato petrolifero

La fiducia nello Stretto di Hormuz è andata in frantumi

In un articolo per Foreign Policy, Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha scritto nero su bianco che la fiducia nello Stretto di Hormuz è andata in frantumi e che proprio la fiducia è da considerare ormai tra le commodity più importanti per il mercato globale dell’energia. Birol ha evidenziato come la mappa energetica globale venga ridisegnata in tempo reale a fronte dei rischi geopolitici.

Per i produttori del Medio Oriente è già iniziata la ricerca di rotte alternative per raggiungere il mercato che evitino lo Stretto di Hormuz. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, stanno accelerando la costruzione di un secondo oleodotto che porta il petrolio al porto di Fujairah, sul lato meridionale dello stretto. Altri produttori di petrolio del Golfo stanno valutando soluzioni diverse per ridurre la dipendenza da Hormuz, come la costituzione di scorte petrolifere direttamente nei Paesi importatori. Al fuori del Medio Oriente, altri Paesi cercano di espandere l’accesso a mercati alternativi.

Spostamento della spesa a favore di fonti energetiche nazionali

Dal 2021, commenta Birol, è stato registrato uno spostamento considerevole della spesa in conto capitale tra gli importatori di energia a favore di fonti energetiche nazionali. Ciò si traduce in una maggiore domanda di fonti rinnovabili, veicoli elettrici e batterie, ma in alcuni casi anche di carbone.

Gli effetti delle tensioni geopolitiche sul mercato dell’energia non si limitano al petrolio e al gas. L’anno scorso anche la Cina ha sfruttato la propria posizione dominante nella fornitura di terre rare come leva geopolitica.

Il mondo si adatta alle crisi energetiche e il peso di Hormuz non sarà mai più lo stesso. Teheran ha dimostrato che basta mantenere un livello di instabilità sufficiente per spingere trader e compagnie di navigazione a incorporare un “premio geopolitico” permanente nel prezzo del petrolio. “Piuttosto che scegliere semplicemente chi offre l’opzione più economica, aziende e Paesi applicheranno nuovi premi per il rischio geopolitico alle forniture che arrivano attraverso rotte che un tempo sembravano sicure. Il prezzo sarà soppesato rispetto alla prevedibilità“, ha scritto ancora direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Dunque, viene da chiedersi fino a quando all’Iran converrà tirare la corda su Hormuz.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.