I reali confini del sostegno di Pechino a Teheran e il pragmatismo del "matrimonio d'interesse" con la Russia nel settore energetico.
Negoziati Iran Stati Uniti: il nodo dello Stretto di Hormuz, intervista a Nicola Pedde
Le tensioni in Medio Oriente continuano a ruotare attorno a un baricentro cruciale: lo Stretto di Hormuz e la tenuta economica della Repubblica Islamica. Da un lato, Teheran ha dimostrato una notevole capacità di resistenza militare. Dall’altro, le debolezze strutturali dell’economia continuano a pesare sulle scelte politiche iraniane. In questa intervista per Rinnovabili, Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, analizza le relazioni internazionali di Teheran sotto il profilo strategico ed energetico.
Dottor Pedde, Teheran rischia di tirare troppo la corda: se continuerà a fare pressione, potrebbe perdere la propria leva strategica. Secondo lei, è andata troppo oltre?
Il problema della resilienza economica del Paese è difficile da valutare perché indubbiamente l’Iran ha mostrato una forte resistenza militare. Quindi, è riuscita a mantenere la capacità di sostenere il conflitto attraverso l’impiego di armi asimmetriche, soprattutto missili e droni. Tutto questo, però, non risolve i problemi di fondo della Repubblica Islamica, che sono fondamentalmente economici. Quanto al petrolio, sostiene di aver comunque mantenuto una capacità di export, tradizionalmente attraverso una serie di operazioni ai limiti del contrabbando.
Quello che vediamo è la fretta, l’urgenza che alcuni esponenti della politica hanno nel definire l’accordo tra Iran e Stati Uniti. In modo particolare, da parte dei conservatori tradizionalisti, la componente più allarmata dalle condizioni economiche del Paese. Il problema è che l’Iran è governato dagli ultraconservatori, che sono la minoranza dei conservatori ma sono anche coloro che sostanzialmente gestiscono il potere attraverso il Parlamento e il Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale. Questa componente ha meno interesse per la sfera economica perché ritiene il conflitto una minaccia esistenziale. Voglio dire: se non viene ottenuto un accordo soddisfacente, secondo le loro condizioni, tale componente preferisce continuare il conflitto. Tale condizione rende molto complessa la gestione della crisi nella dimensione attuale.
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Quanto sono lontani Iran e Stati Uniti da un accordo sui transiti attraverso lo Stretto di Hormuz?
In teoria, hanno una base su cui definire una piattaforma futura, che è quella del memorandum.
Il problema è che il memorandum è stato definito in tempi molto rapidi, in modo evidente per una urgenza degli Stati Uniti di uscire dal conflitto, lasciando tutte le questioni indicate in modo molto generico e i nodi sono venuti a pettine molto presto. Il primo tra tutti riguarda Hormuz. Sullo stretto c’è una differente interpretazione dell’Art. 5 da parte dell’Iran e degli Stati Uniti. Per gli iraniani, l’Art. 5 significa una sospensione delle condizioni determinate dalla guerra e ciò comporta il mantenimento del controllo e della sovranità sullo Stretto di Hormuz. L’Iran consentiva temporaneamente di rimuovere i pedaggi.
Per gli statunitensi, invece, l’interpretazione corrisponde a un ripristino dello status quo, ossia della libera navigazione. Tale divergenza ha immediatamente portato a tutta una serie di conseguenze sul piano della sicurezza della regione, causando una nuova escalation. Quindi, da una parte, c’è la volontà da entrambe le parti di arrivare ad un accordo. Dall’altra, però, l’accordo dovrebbe poter essere speso da tutti e due gli attori come una vittoria. Dal punto di vista degli Stati Uniti, in questo momento, l’ipotesi di un’Iran che esce dalla guerra con un accordo presentato come una vittoria, è molto poco spendibile politicamente.
Le rinnovate ostilità hanno messo la parola fine al memorandum del mese scorso?
Tutti parlano di un memorandum ormai decaduto. Dall’altra parte, sia gli Stati Uniti sia l’Iran continuano a ripetere che ci sono margini negoziali. Il memorandum è l’unica base da cui partire e su cui potersi incontrare. Quindi, è presumibile che, nel momento in cui ci fossero le condizioni per una ripresa dei colloqui, il memorandum costituisca la base per il futuro negoziato.
Quanto è diventata strategica la partnership energetica tra Iran e Cina? E quanto è cambiata con la guerra?
Sicuramente, è fondamentale per l’Iran. La Cina è il principale compratore dei prodotti dell’industria petrolifera, sia per il greggio che per i derivati. Il conflitto ha alterato i flussi, riducendo la quota che la Cina riesce a importare e riducendo quindi anche i benefici di tale relazione. Qualora si dovesse arrivare a un accordo e a una definizione degli elementi contenuti nel memorandum, che prevedevano una parziale revoca delle sanzioni sulla vendita di idrocarburi e derivati, questo permetterebbe all’Iran di ampliare di molto la sfera dei possibili interlocutori economici. Teheran potrebbe praticare sconti di gran lunga inferiori a quelli che vengono oggi praticati alla Cina, che è di fatto l’unico acquirente. Dunque, si ridurrebbe la rilevanza della quota cinese.
La partnership energetica si riflette anche in un sostegno politico della Cina all’Iran? In che misura, considerato che Pechino non interverrebbe mai in un conflitto a fianco di Teheran?
La Cina sostiene l’Iran ma condanna il conflitto. Pechino ha interessi globali che non possono prescindere da una visione pragmatica del rapporto con Teheran. La Cina non entrerebbe mai in guerra per difendere l’Iran. Esprime posizioni di sostegno al Governo della Repubblica Islamica, ma questo non si traduce in mosse che possano andare a prescindere gli interessi cinesi su più ampia scala e soprattutto la relazione con gli Stati Uniti. Il rapporto tra Stati Uniti e Cina è intenso, anche dal punto di vista economico oltre che politico, nonostante sia critico sotto molti aspetti. Mettendo sul piatto della bilancia il peso dei rapporti della Cina con Stati Uniti e quelli della Cina con l’Iran, non c’è proporzione. Quindi, è chiaro che Pechino non sacrifica il rapporto con altri attori, tra i quali prima di tutto gli Stati Uniti, solo per una difesa di principio di Teheran.
Iran e Russia sono partner o concorrenti nel settore energetico? In quali ambiti collaborano e dove invece entrano in competizione?
In ambito energetico sono sostanzialmente dei competitor, che però sono anche parte di un sistema comune: l’OPEC+. All’interno di tale sistema spesso c’è una divergenza di opinioni sui temi delle quote. Nonostante ciò, Mosca e Teheran restano parte di un aggregato comune. In ambito politico e strategico, invece, Iran e Russia sono particolarmente vicini perché hanno nemici comuni e competitor comuni ma tra loro non è mai esistito, in realtà, un sodalizio strategico di ampia portata. La vicinanza è sempre stata più simile a un matrimonio di interesse che una partnership. Basti guardare all’interscambio economico tra i due Paesi. Tale interscambio è cresciuto, per via del fatto che si sono ridotti i possibili altri interlocutori dell’Iran, ma non è mai diventato qualcosa di significativo.













