Una nuova ricerca europea ha mappato la vulnerabilità energetica degli edifici a livello globale, mostrando come il rischio di vivere in edifici difficili da climatizzare sia maggiore nelle aree urbane a clima temperato e freddo dei Paesi ad alto reddito. Ma con l’avanzare del global warming questo rischio si sposterà man mano anche verso le regioni calde della zona del Sahel, i Paesi del Golfo e il Pakistan.

Cosa è la vulnerabilità alla climatizzazione?
Più un edificio è vecchio e poco compatto, maggiore sarà la sua vulnerabilità energetica di fronte a un clima sempre più caldo. Questa la conclusione a cui sono giunti alcuni ricercatori dell’ISPRA, autori per il Joint Research Centre (JRC) dello studio “A global, proxy-based assessment of building climatization vulnerability”.
La ricerca ha mappato a livello globale le aree dove garantire il comfort termico richiede oggi il fabbisogno energetico più elevato e lo ha fatto analizzando una serie di fattori alla base della cosiddetta “vulnerabilità alla climatizzazione”. Di cosa si tratta? Di un indicatore che mostra quanto un edificio sia esposto a consumi energetici estremi, costi elevati in bolletta e disagio termico.
L’indice del JRC è stato semplificato per effettuare confronti a livello globale. La vulnerabilità alla climatizzazione dovrebbe infatti tener conto di una lunga lista di fattori, compreso l’orientamento dell’edificio e i materiali da costruzione; tuttavia non esistendo un catasto mondiale e cercando di facilitare al massimo il compito, gli scienziati hanno modellato il fabbisogno energetico edilizio a partire dall’età di costruzione, dalla forma dell’immobile (compattezza) e dai dati climatici pertinenti.
Le aree e gli edifici più vulnerabili
In questo modo è stato possibile ottenere una prima scrematura e identificare le aree più vulnerabili tra oltre 2 miliardi di edifici in tutto il mondo. L’aspetto più interessante, però, è come questa “fragilità” cambierà con l’avanzare del riscaldamento globale.
Attualmente, lo studio stima che circa 48-50 milioni di persone vivano in aree caratterizzate da alta vulnerabilità alla climatizzazione. Gli edifici più a rischio oggi sono quelli costruiti prima del 1980 – che rappresentano peraltro la maggior parte dello stock vulnerabile – concentrati soprattutto nelle aree urbane temperate e fredde dell’Europa e del Nord America (sebbene compatti). A risentirne sono però anche gli edifici bassi e poco compatti presenti nelle aree rurali di Europa, Asia e Nord America.

© Florio, P. et al, 2026. Concesso in licenza con CC BY 4.0
Rilievi che non sorprendono. Sebbene lo studio intende la vulnerabilità sia alla temperature fredde che calde, le giornate torride di questa estate rappresentano una delle maggiori evidenze.
Il Vecchio Continente si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del mondo e l’inadeguatezza edilizia ha un peso specifico. I Paesi europei hanno segnalato oltre 10.000 decessi superiori alla norma durante l’ondata di caldo che ha investito la parte occidentale del continente alla fine di giugno. Il mese sarà ricordato per temperature record, come i 43,3°C raggiunti per la prima volta in Francia o i 38,8°C dell’Inghilterra meridionale. Giornate bollenti e notti tropicali accompagnate dall’incapacità di assicurare il comfort termico negli ambienti interni, e non solo per una questione di povertà energetica.
In molti Paesi le case e gli edifici sono progettati per un clima più freddo di quello attuale e mal si adattano oggi agli impianti di raffrescamento. Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, solo il 20% circa delle case europee è dotato di aria condizionata.
Come cambierà la vulnerabilità alla climatizzazione?
Ma lo studio ha anche evidenziato come entro il 2100, la popolazione vulnerabile potrebbe aumentare del 10%-30%, a seconda dello scenario climatico, ma con un netto spostamento geografico. A causa del riscaldamento globale, la vulnerabilità si sposterà drasticamente verso le zone calde.
Gli edifici più vulnerabili in futuro saranno situati nella zona del Sahel, nei Paesi del Golfo, in Pakistan, nell’Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana. In particolare gli autori evidenziano con preoccupazione come le nuove costruzioni in Africa e India tendano a essere sempre meno compatte e realizzate con materiali leggeri, il che le renderà estremamente inefficienti nel fronteggiare l’aumento dei giorni di calore estremo.
Quanto incide il reddito?
“Se la forma e l’età di un edificio influiscono sulla sua vulnerabilità termica, il reddito di un Paese determina chi può intervenire con strategie di ristrutturazione”, scrive il Centro. “Solo circa il 25% dei Paesi a basso reddito ha stabilito requisiti minimi di efficienza energetica per gli edifici nuovi e ristrutturati, rispetto a circa il 50% dei Paesi a reddito medio-alto e alto. I loro edifici sono inoltre, in media, meno compatti, più bassi e più leggeri, il che li rende più vulnerabili ai cambiamenti climatici”.
Non esiste ovviamente una soluzione unica per tutti. Nei paesi ad alto reddito, che in genere presentano molti edifici vecchi e compatti, gli autori raccomandano interventi che migliorino la ventilazione naturale, unitamente a ristrutturazioni mirate per ammodernare gli infissi e migliorare l’isolamento termico.
Per le zone rurali l’isolamento termico e la produzione di energia solare sono individuate come misure prioritarie. Nelle regioni a basso reddito in rapida urbanizzazione, invece il focus dovrebbe essere spostato sulla corretta realizzazione delle nuove costruzioni, con standard minimi di compattezza, una maggiore massa termica e progettazione della ventilazione passiva.
Lo studio è stato pubblicato su Nature.












