Il Governo italiano ottiene il via libera dall'UE alla proposta di scomputare le spese energetiche dal deficit, attivando la clausola di salvaguardia nazionale. Ma solo per misure che accelerino la transizione energetica

Perché si parla di clausola di salvaguardia nazionale nella crisi energetica?
Lo aveva anticipato ad aprile a margine del vertice di Cipro, per poi renderlo ufficiale in una lettera inviata a maggio alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen: la premier Giorgia Meloni ha chiesto formalmente all’Esecutivo comunitario di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia nazionale già prevista per le spese di difesa. E il 3 giugno l’ha spuntata. Una mossa che permetterebbe all’Italia di deviare temporaneamente dai requisiti di bilancio UE per incrementare le risorse contro il caro bollette.
Mossa, tuttavia, che non ha trovato subito il favore di Bruxelles, dando vita ad un contenuto braccio di ferro. Nonostante gli iniziali venti contrari – l’Esecutivo europeo ha invitato il governo italiano a utilizzare, i fondi già disponibili prima di invocare nuova flessibilità di spesa – Il Belpaese ha mantenuto alto il pressing. E nel pacchetto primaverile del semestre europeo 2026 ha ottenuto una limitata flessibilità di bilancio in nome della crisi energetica, sebbene con qualche paletto.
Ma cosa significa ricorrere alla clausola di salvaguardia nazionale in un contesto come quello attuale? E cosa comporterebbe una misura del genere? Per capirlo è necessario fare un passo indietro.
Che cos’è la clausola di salvaguardia nazionale?
La clausola di salvaguardia nazionale o National Escape Clause (NEC) è uno strumento previsto dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), ossia l’insieme di regole dell’Unione europea che disciplina i bilanci pubblici e i deficit dei paesi membri. Tale clausola permette ai singoli Stati membri di concordare con la Commissione UE una deviazione temporanea dal percorso di rientro del debito o del disavanzo in risposta a due fattori:
- circostanze eccezionali al di fuori del loro controllo;
- eventi con un impatto significativo sulle finanze pubbliche.
I Ventisette possono quindi sfruttare questa flessibilità aumentando temporaneamente la spesa pubblica o registrando deficit più elevati senza essere considerati in violazione delle regole fiscali. Quindi senza incorrere in sanzioni. Tuttavia, è essenziale che la deviazione dal percorso stabilito non comprometta la sostenibilità fiscale a medio termine.
Va sottolineato che, oltre alla clausola nazionale, il quadro di governance economica comunitario comprende anche una clausola generale che può essere attivata in caso di grave recessione economica nell’area dell’euro o nell’UE nel suo complesso.
In quali casi è già stata impiegata?
L’Unione europea sta ricorrendo a questo strumento come risposta all’aumento delle tensioni generate dalla guerra russa contro l’Ucraina. Spiega il Consiglio UE, l’organo a cui spetta la facoltà di attivare tale clausola: “La flessibilità prevista per le spese di difesa sarà disponibile per quattro anni, a partire dal 2025, con un surplus annuo fino al 2028 che non supererà l’1,5% del PIL. Gli aumenti superiori a tale importo saranno soggetti alle normali verifiche di conformità”.
Diversi paesi del Blocco hanno già ottenuto di poter attivare la NEC nell’ambito dei propri piani nazionali di finanziamento della difesa. Nel dettaglio, dall’8 luglio 2025 al 17 febbraio 2026 il Consiglio ha attivato la clausola per: Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Germania e Austria.
E l’Italia?
Dall’elenco sopra citato salta subito all’occhio l’assenza dell’Italia, paese che si era speso per far divenire gli investimenti militari un “fattore rilevante” per giustificare lo sforamento dei limiti di bilancio. Un’assenza che, tuttavia, è frutto di una scelta deliberata.
Il Belpaese ha attualmente a suo carico una procedura per disavanzi eccessivi dal momento che il deficit nazionale supera il 3% del PIL e il percorso di rientro stabilito dal Governo Meloni non è andato a buon fine nei tempi sperati.
Nonostante ciò, l’Esecutivo italiano potrebbe chiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari dal momento che non esistono divieti in tal senso. Non solo, dal punto di vista comunitario, l’opzione non comporterebbe ulteriori sforzi in bilancio, permettendo semplicemente lo scomputo delle spese militari senza intensificare la procedura per disavanzo eccessivo.
Come emerso chiaramente al vertice di fine aprile a Cipro, per l’Italia la questione è divenuta l’occasione per aprire un braccio di ferro con Bruxelles e con il gruppo dei cosiddetti Paesi “frugali”, Germania in primis. Usando come terreno di scontro proprio la necessità di incrementare la capacità produttiva dell’industria della difesa europea.
A margine del meeting la presidente del consiglio Meloni, alla domanda diretta se avrebbe chiesto o meno l’attivazione della National Escape Clause per la spesa militare, ha risposto: “Noi oggi abbiamo altre priorità. Abbiamo la priorità delle spese energetiche, di dare risposte ai bisogni dei cittadini”.
Una posizione confermata anche nella recente missiva inviata alla Commissione in cui avanza la proposta di estendere tale clausola alla spesa per fronteggiare il caro prezzi.
“In Italia e in molte nazioni europee cresce la preoccupazione di dover affrontare un nuovo shock economico e sociale dopo gli enormi sacrifici sostenuti negli ultimi anni”, si legge nella lettera. “Per questo ritengo che l’Europa debba dare un segnale di coerenza, di buon senso e di vicinanza ai cittadini. Se consideriamo giustamente la difesa una priorità strategica tale da giustificare l’attivazione della National Escape Clause, allora dobbiamo avere il coraggio politico di riconoscere che oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea”.
Il messaggio principale della lettera potrebbe riassumersi quasi in un aut-aut: l’Italia assicura che continuerà a fare la sua parte nella sicurezza europea ma ha bisogno di maggiore flessibilità e libertà di spesa per affrontare la nuova crisi.
La (non) risposta della Commissione Europea
L’Esecutivo UE non ha ancora risposto alla missiva e al momento non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Tuttavia, sollecitato sulla questione, ci ha tenuto a mettere i puntini sulle i.
“Circa 300 miliardi di euro sono già stati messi a disposizione per gli investimenti nel settore energetico nell’ambito di strumenti quali NextGen EU, la Politica di Coesione, ma anche il Fondo per la Modernizzazione. Con circa 95 miliardi ancora da utilizzare”, ha dichiarato il portavoce responsabile per l’Economia Balazs Ujvari. “Quindi, ci sono ancora circa 95 miliardi di euro nel bilancio dell’UE non ancora utilizzati in questo settore e l’obiettivo principale ora è garantire che gli Stati membri utilizzino effettivamente i fondi rimanenti. E al di là dei finanziamenti pubblici, stiamo lavorando anche per mobilitare gli investimenti privati. Un punto ulteriore e finale da parte mia è che di recente abbiamo reso più flessibile anche il quadro degli aiuti di Stato, proprio per sostenere questo tipo di investimenti, anche nel contesto della scarsità di energia e dei prezzi elevati”.
Detto più semplicemente: l’Italia potrebbe sfruttare i finanziamenti già pronti (e in bilancio) per contrastare la crisi energetica, anziché chiedere maggiore flessibilità.
La bocciatura dell’Ecofin
Non è andata meglio la riunione del Consiglio Economia e Finanza (ECOFIN) dell’Unione europea del 23 maggio. Nell’occasione il ministro italiano Giancarlo Giorgetti ha riproposto il concetto, suggerendo una salvaguardia generale a livello comunitario per le spese energetiche.
Proposta che è stata bloccata sul nascere commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, che ha ribadito durante l’incontro la necessità di mantenere il “giusto equilibrio tra disciplina fiscale e spesa mirata”. “Per il momento, il nostro consiglio è di attenerci a misure temporanee e mirate con un impatto fiscale limitato”, ha chiosato Dombrovskis in conferenza stampa, gelando qualsiasi aspettativa.
Il dietrofront UE: sì alla flessibilità di bilancio per la spesa energetica
Il 3 giugno 2026 è arrivato il dietrofront comunitario. La linea dura iniziale ha lasciato il posto ad un compromesso. Gli Stati membri potranno richiedere la clausola di salvaguardia nazionale anche per le spese energetiche, ma solo per misure volte ad accelerare la transizione verso fonti energetiche pulite. E senza eccedere il tetto massimo di flessibilità già previsto dal meccanismo, dell’1,5 per cento del PIL in termini di spesa aggiuntiva.
Nel dettaglio la Commissione europea ha previsto che entro tale cap si applicherebbe un tetto annuo, pari fino allo 0,3 per cento del PIL specificamente destinato alle misure energetiche per il periodo 2026-2028. Con un limite cumulato dello 0,6 per cento del PIL.
L’unica eccezione di sforamento sarà concessa ai paesi che hanno già richiesto e usato la clausola per le spese di difesa. Quindi, non l’Italia.
Gli effetti della clausola di salvaguardia per l’energia
Per l’economia italiana questa nuova opzione di flessibilità ha già dei numeri. Si stima che sarà possibile spendere circa 14 miliardi di euro tra il 2026 e il 2028, con un limite di circa 6,7 miliardi in un singolo anno, per nuovi investimenti nei settori energetico e climatico.
Ma ha davvero senso ricorrere a questa opzione? A conti fatti, permettere di “scorporare” le spese energetiche dal calcolo del deficit significa che lo Stato potrebbe contrarre nuovo debito con meno vincoli. Il problema è che il Belpaese ha già un rapporto debito/Pil elevato – 137% nel 2025 – che sembra destinato a crescere di un altro punto percentuale nel 2026, superando qualsiasi altro paese in Europa.
Utilizzare la flessibilità per tamponare lo shock energetico, anziché per nuovi investimenti strutturali che generino crescita, rischierebbe inevitabilmente di far aumentare la massa del debito senza creare una reale capacità di risanarlo in futuro.
Una mossa che anche il Fondo Monetario internazionale sconsiglia vivamente. Nella recente presentazione del Fiscal Monitor, Rodrigo Valdes, nuovo responsabile degli affari fiscali del Fondo, ha messo in guardia dalla facile tentazione di ricorrere a strumenti che pesino sul debito pubblico. A ciò si aggiunge il no della presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde che ha frenato sull’ipotesi di un’eventuale deroga al patto di stabilità, richiamando l’Italia al rispetto delle regole europee di bilancio.
Senza contare che anche il mercato finanziario potrebbe non reagire bene e gli investitori potrebbero perdere fiducia, con conseguenze dirette sullo spread e a catena sul percorso di recupero.
Articolo del 19 maggio 2026, aggiornato il 5 giugno 2026












